lunedì 21 gennaio 2019

Vino e ricerca. Varietà resistenti: difesa della biodiversità e valorizzazione della tipicità vitivinicola

Cresce l'interesse delle aziende private e dei consorzi sull'utilizzo di nuove varietà di vite resistenti a malattie come peronospora ed oidio per una migliore sostenibilità ambientale e convenienza economica nel rispetto della tipicità vitivinicola. Dalla ricerca nascono i primi vini che hanno fatto della resilienza il proprio carattere distintivo. Il progetto dell'azienda agricola Le Carline.



I temi della sostenibilità ambientale e della tutela della salute degli operatori, dei consumatori e dei cittadini in generale, stanno diventando prioritari soprattutto per quelle colture che, come la vite, necessitano di un gran numero di trattamenti per ottenere una produzione di qualità. Le normative europee sono sempre più stringenti in fatto di utilizzo di presidi fitosanitari, tanto che l’obiettivo è di dimezzarne l’uso entro il 2025. Per tali motivi l’interesse verso queste varietà di nuova generazione è cresciuto in termini esponenziali in tutti i Paesi viticoli e a buon ragione cominciano ad essere prese in considerazione da parte degli organi delle amministrazioni, che in futuro, saranno deputate a legiferare in materia.

Delle varietà resistenti in Italia se ne parla ormai da alcuni anni: si tratta delle viti di origine tedesca, austriaca e svizzera che hanno evidenziato una resistenza particolare agli attacchi di oidio e peronospora. Bisogna sottolineare che non stiamo parlando di viti transgeniche, ovvero ottenute mediante manipolazioni genetiche, bensì di piante ottenute dall’impollinazione della vitis vinifera attraverso il polline delle viti portatrici del gene di resistenza.

Queste viti, identificate dall’acronimo PIWI (Pilzwiderstandfӓhig), letteralmente varietà resistenti alle crittogame, derivanti da incroci interspecifici effettuati tra le varietà di vite da vino e le varietà di vite americane resistenti alle malattie fungine. Una lunga storia, quella di PIWI, che inizia nel secolo scorso in Germania, all’università di Friburgo e che continua, poi, in Italia grazie alle ricerche condotte in diverse regioni del nord Italia. Una attenta ricerca con uno sguardo al futuro ha portato alla nascita di Bronner, Cabernet Carbon, Cabernet Cortis, Gamaret, Helios, Muscaris, Johanniter, Prior, Regent e Solaris, che sono oggi i nomi dei vitigni PIWI più diffusi.

Tra gli attori principali è doveroso ricordare i Vivai Cooperativi Rauscedo che nel 2006 hanno contribuito, come soci finanziatori, alla costituzione dell’Istituto di Genomica Applicata di Udine ed hanno dato corso ad una stretta collaborazione con l’Università di Udine per la valutazione dei vitigni resistenti già ottenuti e alla creazione di nuovi incroci ad uva da vino e da tavola. In forza di tanto, i Vivai Cooperativi Rauscedo sono i licenziatari esclusivi delle nuove varietà, con l’impegno di diffonderle in tutti i Paesi viticoli ed in primis in Italia. Attualmente sono stati iscritti al Registro Nazionale Italiano delle varietà di vite e protetti da brevetto 10 nuovi vitigni: Fleurtai, Soreli, Sauvignon Kretos, Sauvignon Nepis, Sauvignon Rytos, Cabernet Eidos, Cabernet Volos, Merlot Khorus, Merlot Kanthus e Julius. Queste nuove varietà presentano resistenza alla peronospora, all’oidio e in taluni casi anche alle basse temperature.

Il progetto dell'azienda agricola Le Carline. Oltre il BIOlogico: Resiliens, i vini del futuro

L’Azienda Agricola “Le Carline” di Daniele Piccinin si trova nel cuore della zona DOC Lison-Pramaggiore e DOC Venezia, e da oltre 30 anni produce vini biologici, vegani e senza solfiti aggiunti. Da diversi anni l’azienda è impegnata nella sperimentazione, collaborando con più Università e Regione Veneto - Veneto Agricoltura, realizzando progetti sulle varietà antiche e autoctone del territorio. Importante segnalare in tal senso il "Campo di conservazione del germoplasma/biotipi di cultivar di viti per uva da vino dell'area del veneto orientale": una collezione di circa 7 mila piantine di vite delle varietà Refosco dal peduncolo rosso, Carmenere, Malbech, Turchetta e Recantina pecolo scuro, Tocai friuliano, Verduzzo trevigiano, Grapariol. Un impianto a carattere sperimentale, come ha fatto presente alla presentazione del progetto l'assessore all'agricoltura Franco Manzato, realizzato per confrontare nello stesso vigneto le caratteristiche viticole ed enologiche dei biotipi delle varietà di vite tipiche della zona del Veneto Orientale, raccolte e moltiplicate da Veneto Agricoltura, con quelle dei principali cloni attualmente utilizzati a livello nazionale. L'obiettivo ambientale è di conservare in un unico luogo una parte significativa della base ampelografica della zona, salvaguardando le peculiarità produttive di alcune varietà che rappresentano il patrimonio viticolo storico di questa area vocata. Ma c'è anche un importante risvolto economico: l'iniziativa punta infatti a sostenere la competitività delle aziende viticole del comparto agroalimentare, valorizzando la qualità del prodotto finale in modo da contrastare la crescente omologazione del gusto e delle varietà. Nello stesso tempo, la diversificazione e la tipicità vengono sostenute per assecondare i gusti dei consumatori, giustamente sempre più esigenti.

Quattro anni fa l’azienda ha aderito al nuovo progetto della Regione Veneto messo in pratica dall’Agenzia veneta per l’innovazione nel settore primario, volto a valutare e valorizzare dal punto di vista qualitativo i prodotti ottenuti sia da vitigni autoctoni sia proveniente dalle varietà resistenti alle principali patologie, nell’ottica di una viticoltura maggiormente sostenibile. Il campo sperimentale ospita 26 varietà differenti di vite, alcune già iscritte all’Albo Nazionale delle Varietà, altre ancora in fase di sperimentazione. L’azienda oltre a mettere a disposizione il terreno coordina anche le attività cui hanno preso parte a vario titolo ed in momenti diversi i Vivai Cooperativi di Rauscedo, alcuni vivaisti di Friburgo, l’Università di Udine e Regione Veneto tramite Veneto Agricoltura. L’obiettivo cui azienda ed enti tendono con l’allevamento di tali vitigni è la valutazione della sostenibilità ambientale mediante l’utilizzo di soli zolfo e rame e le potenzialità enologiche espresse attraverso microvinificazioni in purezza. Trascorsi tre anni dalla messa a dimora del vigneto, l’annata 2017 rappresenta un importante punto di arrivo, che vede finalmente la nascita dei vini frutto di questi studi e sperimentazioni.

Con la linea Resiliens, il cui nome racchiude in sé un significato molto profondo e la natura stessa di questi vini che hanno fatto della resilienza il proprio carattere distintivo, l'azienda agricola Le Carline mette in commercio il Rosso Resiliens ed il Bianco Resiliens, entrambi vincitori all'International PIWI Wine Award 2018.

Ma vediamoli nel dettaglio: il Rosso così come il Bianco sono entrambi dell'annata 2017, anche se quest'ultima non è riportata in etichetta in quanto informazione facoltativa per particolari vini come questi, secondo il Reg. Ce 607/2009. 

Il Rosso Resiliens nasce da uve Prior, Cabernet Cortis, Cabernet Carbon, Cabernet Volos, Roesler, Merlot Kanthus, Merlot Khorus e Cabernet Eidos. 

Vinificazione con macerazione dinamica delle bucce, fermentazione a temperatura controllata ed affinamento a contatto per alcuni mesi con la propria feccia fine attivata. 

Il vino si presenta di colore rosso rubino intenso. Al naso si concentra in un insieme di profumi di piccoli frutti di bosco e note speziate. Al palato conferma la ricchezza dei profumi e la sua particolare freschezza.



Il Bianco Resiliens nasce da uve Aromera, Muscaris, Johanniter, Sauvignon Rytos, Sauvignon Nepis, Souvignier Gris, Fleurtai e Soreli, leggermente sovramature.

Vinificazione con macerazione dinamica delle bucce, fermentazione a temperatura controllata ed affinamento a contatto per alcuni mesi con la propria feccia fine attivata. 

Il vino si presenta di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli. Al naso si evidenzia con profumi floreali e fruttati; è sapido con una leggera scia minerale. All'assaggio regala freschezza e sapidità in buon equilibrio su note di frutta gialla.

“Grazie alle varietà resistenti – afferma Daniele Piccinin – abbiamo creato vigneti che oltre all’alto livello qualitativo, consentono anche un’elevata sostenibilità ambientale, tema da sempre al centro della nostra missione aziendale. Questi vitigni infatti sono resistenti principalmente alla peronospora e all’oidio, le due malattie della vite più temute dai viticoltori e necessitano quindi solo di pochi trattamenti. Per questo motivo possiamo affermare che questi vini non hanno residui di sostanze chimiche.” 

Studio e ricerca vanno dunque portati avanti con l’obiettivo della salvaguardia dell’ambiente e dell’aiuto alle piante in termini di difesa dai patogeni, anche in considerazione dei cambiamenti climatici degli ultimi anni. I vitigni PIWI non dovranno sostituire le viti presenti nei vigneti, ma essere un valido aiuto a titolo di esempio nelle bordature, lungo i confini dove la vite è maggiormente suscettibile ad attacchi da parte dei patogeni.

www.lecarline.com/

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